I frutti di bosco fanno bene al
cervello (e non solo)
Condivido
quest’ importante articolo di Barbara Asprea - 9 Ottobre 2026
Novità
dalla ricerca
Li abbiamo salutati da poco, ma
dei frutti di bosco non dobbiamo dimenticarci quando finisce la stagione.
Perché mirtilli, lamponi e le altre bacche piacciono al cervello: lo
conferma una nuova ricerca, che li associa a un invecchiamento più lento
Quando si parla di alimentazione e
salute, il pensiero corre quasi sempre al colesterolo, alla pressione, al
cuore. Al cervello si pensa meno, eppure anche la sua efficienza dipende da ciò
che mettiamo nel piatto. Tanto per fare un paio di esempi concreti, in uno studio
svedese su circa diecimila adulti, chi mangiava più frutta aveva una parte del
cervello, fondamentale per memoria e umore, con un volume maggiore. E in una
ricerca di Singapore su quasi 14mila persone seguite per vent’anni, chi in età
matura mangiava più frutta aveva meno probabilità di depressione dopo i 70 anni
(Chi mangia frutta invecchia più felice). Ora arriva una nuova conferma del
legame tra dieta e cellule grigie, e questa volta in primo piano ci sono i
deliziosi frutti di bosco.
Uno
studio lungo dodici anni
La ricerca, pubblicata da poco sul
Journal of Neurology, Neurosurgery & Psychiatry, aveva come obiettivo
valutare se le persone che seguivano un’alimentazione vicina a quella
consigliata dalla dieta MIND avessero un cervello che invecchiava più
lentamente. Per chi non lo ricordasse, questa dieta è pensata per ritardare
l’invecchiamento del cervello: MIND sta per Mediterranean-DASH Intervention for
Neurodegenerative Delay e ha unito la dieta mediterranea con la DASH (dieta USA
molto popolare, nata contro l’ipertensione). In estrema sintesi, la dieta MIND
è basata sul consumo frequente di alimenti considerati protettivi come verdure
a foglia verde, frutta a guscio, legumi, cereali integrali, olio d’oliva e
frutti di bosco (almeno due volte a settimana), e invita a limitare burro, formaggi, dolci e fritti.
Per effettuare la loro ricerca,
gli studiosi hanno analizzato i dati di circa 1.650 adulti di mezza età e oltre
(60 anni in media) già raccolti da un importante studio USA (Framingham Heart
Study Offspring) che da anni studia la frequenza delle malattie cardiache nella
popolazione e i fattori di rischio. I partecipanti hanno compilato questionari
sull’alimentazione e, tra il 1999 e il 2019, hanno fatto più risonanze
magnetiche del cervello. A ciascuno è stato assegnato un punteggio di aderenza
alla dieta MIND, da 0 a 15 (la media era poco sotto 7).
I
risultati principali
In circa dodici anni il cervello
dei partecipanti è invecchiato: calo della materia grigia, ricca di cellule
nervose, ingrandimento dei ventricoli, gli spazi pieni di liquido che crescono
quando il tessuto si riduce. Tuttavia, chi seguiva meglio la dieta MIND perdeva
materia grigia più lentamente: ogni 3 punti in più di punteggio (per esempio 9
invece di 6) equivalevano a un declino ridotto del 20% circa rispetto a quello
atteso con l’età, cioè a 2,5 anni di invecchiamento cerebrale “risparmiati”.
Anche la crescita di questi spazi era più lenta: l’equivalente di circa un anno
di invecchiamento in meno.
Tra i singoli alimenti spiccano i frutti di bosco: più ne mangiavano i
partecipanti, più lenta era la crescita degli spazi pieni di liquido.
All’opposto, dolci e fritti da fast food (il cosiddetto junk food) erano legati
a una maggiore perdita di volume in una zona del cervello chiave per la
memoria.
Da ricordare che comunque si
tratta di uno studio osservazionale, che ha mostrato un’associazione
significativa ma non è in grado di provare un rapporto diretto di causa ed
effetto tra dieta e declino cerebrale.
Frutti
di bosco superstar
Il merito di queste bacche è in
genere attribuito agli antociani (un tipo di polifenoli) ossia i pigmenti
rossi, viola e blu di mirtilli, lamponi, more & Co., dall’azione
antiossidante e antinfiammatoria. Già
nel 2012 una ricerca di Harvard su oltre 16mila donne over 70 aveva visto che
chi mangiava più mirtilli e fragole poteva ritardare il declino cognitivo fino
a due anni e mezzo. Una
coincidenza di cifre, perché le misure sono diverse: in quel caso erano test
sulle capacità mentali, qui le risonanze del cervello. Va detto anche che
l’organismo assorbe solo il 5-10% dei polifenoli ingeriti, e la quota varia da
persona a persona. Più che le quantità, quindi, conta la regolarità; secondo
le ricerche sarebbe bene portarli in tavola almeno due-tre volte a settimana.
Il problema, naturalmente, è che i
frutti di bosco freschi sono di stagione per pochi mesi all’anno e spesso
costano parecchio. La soluzione più semplice è il freezer: quelli raccolti
o comprati in estate si congelano stesi su un vassoio, perché non si attacchino
tra loro, e si conservano per mesi. Vanno benissimo anche i surgelati del
supermercato, comodi e disponibili in ogni stagione. A colazione si aggiungono
allo yogurt, ai fiocchi di avena o al muesli, oppure si frullano con latte o
bevanda vegetale. In autunno e in inverno si trasformano facilmente in una
composta casalinga, con poco zucchero, da spalmare sul pane, sulle fette
biscottate o sui pancake. Quanto ai frutti di bosco essiccati, tra i tanti tipi
in commercio meglio scegliere quelli senza zuccheri o additivi e poi
aggiungerli a colazione, nelle insalate miste, nei risotti, nei dessert light,
negli impasti delle torte, ecc...





La data indica il numero 111, dopo vedi che significa.




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